Quoto in tutto e per tuttoLightning ha scritto: 31 ott 2021, 13:22 Però noi continuiamo a ridurre il budget e dichiariamo di voler vincere quando gli altri, come il Davos (buon budget sì ma sicuramente non una superpotenza economica della lega), fanno un vasto ed ottimo mercato comprando giovani dì prospettiva comprovata (Prassl secondo me è un gran colpo) e stranieri che trascinano e fanno quel che devono fare. Dopo una stagione al di sotto delle aspettative (e dico una perché 2 anni fa avevano fatto bene) hanno voluto investire e sistemare diversi punti con un ampio mercato (e ripeto, il Davos non lo Zsc).
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La situazione a Davos é peró particolare...quasi tutti i giocatori sono giocatori che avevano gia giocato con Wolvo in Nazionale. Non é un caso che siano finiti a Davos
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il Wolvo potevamo prenderlo noi, ma abbiamo preferito Kapanencimice77 ha scritto: 31 ott 2021, 18:24 La situazione a Davos é peró particolare...quasi tutti i giocatori sono giocatori che avevano gia giocato con Wolvo in Nazionale. Non é un caso che siano finiti a Davos
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Re: Media: commenti e notizie
a Sciarini mi pare che CMS stia abbondantemente sulle palle. io lo ritengo come un'ottima referenza (stare sulle palle a Sciarini)

Re: Media: commenti e notizie
Si bon Sciarini era anche il primo a dubitare di Croci Torti e ora lo esalta.
Re: Media: commenti e notizie
L’Olten ha ricevuto il via libera per un ‘eventuale promozione in serie A, questo significa che molto probabilmente l’anno prossimo si potranno schierare 6 stranieri (considerando che Kloten, La Chaux-de-Fonds, e Visp sono le altre squadre che hanno ricevuto la licenza per salire). Ottima notizia per noi.
Fonte: https://heshootshescoores.com/via-liber ... ampionato/
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Re: Media: commenti e notizie
Per questioni di rivalità storiche preferirei il Kloten, ma sarebbe bello avere una squadra vallesana o di Neuchatel
Ricevere la licenza cmq non vuol dire salire - devono ancora poi farlo per davvero. Inoltre sei stranieri li prendono tutti, quindi alla fine si equilibria. Anzi, penso zsc, Berna e Losanna avranno sei cannelli non come noi.
Ricevere la licenza cmq non vuol dire salire - devono ancora poi farlo per davvero. Inoltre sei stranieri li prendono tutti, quindi alla fine si equilibria. Anzi, penso zsc, Berna e Losanna avranno sei cannelli non come noi.
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Re: Media: commenti e notizie
Brett McLean: «Vi racconto la mia vita su una panchina di NHL»
HOCKEY Intervista all’ex attaccante del Lugano, oggi assistente allenatore dei Minnesota Wild, una delle migliori squadre del campionato nordamericano
Brett McLean: «Vi racconto la mia vita su una panchina di NHL»
Quasi dieci anni fa, nel gennaio del 2012, Brett McLean abbandonò l’idea di tornare a giocare in NHL firmando con il Lugano. Ora, in qualità di assistente allenatore dei Minnesota Wild, è di nuovo protagonista nel campionato più bello del mondo. L’ex attaccante canadese ci racconta la sua nuova vita.
Brett, allenare è sempre stato un tuo obiettivo?
«Ad essere onesto, no. Da giocatore non ho mai pensato a questa opzione. Dopo aver lasciato il Lugano, nel 2015, ho giocato due stagioni in Austria, a Linz. Poi, nel 2017, ho smesso. Volevo qualcosa di nuovo. Un amico mi ha proposto un ruolo da vice allenatore in Iowa, nel farm team dei Minnesota Wild. Appena ho iniziato a valutare la sua offerta, ho sentito il fuoco nelle vene e ho capito che volevo assolutamente accettare la sfida. Amo ogni aspetto di questo lavoro».
Nel 2020, dopo tre stagioni in AHL, i Wild ti hanno promosso assistente in NHL.
«Quello è stato un giorno speciale, indimenticabile. In Iowa mi sono trovato benissimo, ma la NHL è il posto in cui tutti vorrebbero stare. Fare questo importante salto restando nell’organizzazione dei Wild ha reso tutto più facile. Conoscevo già l’ambiente e lo staff tecnico, poiché le due realtà sono molto connesse tra loro».
Siete in tre ad assistere coach Dean Evason. Qual è il tuo ruolo?
«Si dice sempre così, lo so, ma il nostro è davvero un lavoro di squadra. Ci confrontiamo su tutto, mi sento coinvolto in ogni decisione. Chiaramente ognuno ha anche dei compiti specifici. Io, ad esempio, mi occupo delle ali, del gioco in zona neutra e del power-play».
Siete in testa alla vostra Division, avete il miglior attacco della lega e avete regalato ai Wild il miglior inizio della loro storia...
«Ci stiamo divertendo molto, sì. Come staff tecnico possiamo essere contenti del nostro lavoro, ma la cosa più bella è vedere i giocatori impegnarsi ogni giorno sul ghiaccio».
In Minnesota sono tutti pazzi per l’hockey, ho trovato il mio angolo di Canada negli Stati Uniti
In Minnesota l’hockey è una religione. Hai trovato il tuo pezzetto di Canada negli Stati Uniti?
«Proprio così. Non per nulla il Minnesota è chiamato ‘‘The State of Hockey’’. La gente ama i Wild, la pista è sempre piena, ma la passione va oltre la NHL. L’hockey liceale, ad esempio, è molto popolare, al maschile e al femminile. Io ho una figlia di 14 anni e due figli di 10 e 6 anni. Per loro è il paradiso, ci sono piste ovunque».
La scorsa stagione è stata condizionata dalla pandemia. Quanto è stato difficile lavorare? C’è preoccupazione per la nuova ondata di contagi?
«Il campionato 2020-21 è stato complicato per tutti. Non era evidente motivare la squadra giocando in piste vuote. A volte, quando i ragazzi non riuscivano a dare il massimo, io li capivo. L’hockey vive di emozioni e i tifosi sono una componente basilare. Ancora oggi devo stare in panchina con la mascherina e la comunicazione ne risente parecchio. L’evoluzione della pandemia ci costringe a stare all’erta e la salute rimane la priorità di tutti».
Sei assistente allenatore da cinque anni. Quali sono i tuoi obiettivi? Pensi mai all’Europa per un futuro incarico da head coach?
«Il mio obiettivo, oggi come oggi, è molto semplice: far parte dei Minnesota Wild il più a lungo possibile e vincere con loro la Stanley Cup. Amo troppo questo lavoro e questa franchigia per poter desiderare a qualcosa di diverso. So che il destino degli allenatori, prima o poi, è quello di cambiare aria. Quando verrà il momento anche per me, ci penserò. Io e la mia famiglia abbiamo adorato gli anni in Europa, a Malmö, Berna, Lugano e Linz. Se un domani – molto lontano – dovesse presentarsi l’opportunità di tornare, perché no?».
Hai giocato stabilmente in NHL dal 2003 al 2009. Com’è cambiata la lega rispetto ad allora?
«L’anno scorso, quando sono andato in panchina per la prima volta, non riuscivo a credere a quanto fossero veloci i giocatori di NHL. L’hockey è sempre più rapido, c’è sempre meno tempo per elaborare le informazioni e prendere le decisioni giuste sul ghiaccio. Il discorso vale per tutti i campionati, compreso quello svizzero, ma qui ci sono i più forti. Ciò che più mi ha colpito, rispetto alla NHL che ricordavo, è quanto siano coinvolti i difensori nel gioco offensivo».
Tra i migliori difensori del mondo c’è il nostro Roman Josi, con il quale hai vinto un titolo a Berna nel 2009-10. Lui aveva appena 19 anni. Per te era già chiaro dove sarebbe arrivato?
«Sì, non avevo dubbi. Era già devastante e decisivo. In quei playoff era stato uno dei nostri top scorer ed era evidente che avrebbe trovato spazio in NHL. Forse non immaginavo di vederlo vincere il Norris Trophy destinato al miglior difensore, come è invece successo nel 2020, ma sapevo che avrebbe sfondato. È un grande capitano, un leader per i Nashville Predators. Quel titolo a Berna è stato uno dei momenti più belli della mia carriera e Roman ha avuto un ruolo importantissimo. Un mesetto fa ci siamo incrociati per la prima volta da avversari ed è stato bello rievocare il passato. Poi lui ci ha segnato un gol...».
Nei tuoi Wild gioca un altro svizzero, Kevin Fiala. Con 3 gol e 12 assist è il vostro quinto miglior marcatore. Dove può arrivare?
«È un giocatore eccezionale, di grande talento. Un mix di potenza e creatività. Per lui non vedo limiti, può essere dominante in ogni partita. Ora non sta segnando con regolarità, ma presto tornerà a farlo».
Nel 2009, quando giocavi nei Florida Panthers, sei stato protagonista di una scazzottata con sua maestà Sidney Crosby. Ne avete parlato in questi due anni?
«Purtroppo non ci siamo mai incrociati. La stagione scorsa, a causa della pandemia, il calendario è stato rivoluzionato e non abbiamo mai affrontato i Penguins. Quest’anno li abbiamo sfidati una volta, ma lui era infortunato. Prima o poi, però, mi capiterà di ricordargli quella bagarre. Sono stati i miei 30 secondi di celebrità».
Nel gennaio del 2012 sei approdato a Lugano dopo aver cercato di rientrare in NHL. Cosa ricordi di quel trasferimento?
«Dopo due anni a Berna firmai con Chicago, ma venni subito girato al farm team. Non ho rimpianti, sono felice di essermi concesso un’ultima chance. Tornare in Svizzera, a quel punto, era l’opzione migliore. Non provavo rabbia o frustrazione, solo tanta eccitazione per quanto mi attendeva a Lugano. Ho adorato quei tre anni e mezzo in Ticino. Ho ancora tanti amici, sono rimasto in contatto con loro anche se non sono tipo da social media. Un paio di volte all’anno sento Domenichelli, che conoscevo già da prima. Ogni tanto mi chiede di qualche giocatore».
A volerti a Lugano era stato Huras, con cui avevi già vinto il titolo a Berna. Larry è un’ispirazione nel tuo nuovo lavoro di coach?
«Sì, certo, ho rubato qualcosa a lui e a tutti gli altri allenatori che ho avuto. Con Larry ho trascorso quattro anni molto intensi. È stato un tecnico di enorme successo, la sua mentalità vincente è sempre stata un esempio. Oggi uso ancora alcuni dei suoi esercizi».
Hai trascorso due anni nel Lugano di Patrick Fischer, assistendo alla nascita di un giovane coach.
«Un paio di anni fa gli ho telefonato, avevo voglia di parlare di hockey con lui e di congratularmi per i risultati ottenuti con la Svizzera. Già nel 2014 si intuiva quanto fosse bravo e ambizioso. Aveva passione, intelligenza, idee nuove. Era un leader naturale e ha voluto che fossi uno dei suoi trascinatori nello spogliatoio. Forse pagò un po’ di inesperienza, ma negli anni è cresciuto tanto. Sono molto felice per lui».
Oggi il Lugano è allenato da Chris McSorley. Nel 2010 hai sconfitto il suo Ginevra in gara-7 della finale playoff. Cosa ricordi di lui?
«Mamma mia, quella serie fu incredibilmente intensa. Il suo Ginevra era l’emblema dell’aggressività. Non solo a livello fisico, ma anche nel forecheck. Ti toglieva spazio e tempo, avevi sempre un avversario addosso. Le squadre di Chris facevano sembrare la pista più piccola e per batterle dovevi dare il 100%. Il suo Lugano darà del filo da torcere a tutti».
HOCKEY Intervista all’ex attaccante del Lugano, oggi assistente allenatore dei Minnesota Wild, una delle migliori squadre del campionato nordamericano
Brett McLean: «Vi racconto la mia vita su una panchina di NHL»
Quasi dieci anni fa, nel gennaio del 2012, Brett McLean abbandonò l’idea di tornare a giocare in NHL firmando con il Lugano. Ora, in qualità di assistente allenatore dei Minnesota Wild, è di nuovo protagonista nel campionato più bello del mondo. L’ex attaccante canadese ci racconta la sua nuova vita.
Brett, allenare è sempre stato un tuo obiettivo?
«Ad essere onesto, no. Da giocatore non ho mai pensato a questa opzione. Dopo aver lasciato il Lugano, nel 2015, ho giocato due stagioni in Austria, a Linz. Poi, nel 2017, ho smesso. Volevo qualcosa di nuovo. Un amico mi ha proposto un ruolo da vice allenatore in Iowa, nel farm team dei Minnesota Wild. Appena ho iniziato a valutare la sua offerta, ho sentito il fuoco nelle vene e ho capito che volevo assolutamente accettare la sfida. Amo ogni aspetto di questo lavoro».
Nel 2020, dopo tre stagioni in AHL, i Wild ti hanno promosso assistente in NHL.
«Quello è stato un giorno speciale, indimenticabile. In Iowa mi sono trovato benissimo, ma la NHL è il posto in cui tutti vorrebbero stare. Fare questo importante salto restando nell’organizzazione dei Wild ha reso tutto più facile. Conoscevo già l’ambiente e lo staff tecnico, poiché le due realtà sono molto connesse tra loro».
Siete in tre ad assistere coach Dean Evason. Qual è il tuo ruolo?
«Si dice sempre così, lo so, ma il nostro è davvero un lavoro di squadra. Ci confrontiamo su tutto, mi sento coinvolto in ogni decisione. Chiaramente ognuno ha anche dei compiti specifici. Io, ad esempio, mi occupo delle ali, del gioco in zona neutra e del power-play».
Siete in testa alla vostra Division, avete il miglior attacco della lega e avete regalato ai Wild il miglior inizio della loro storia...
«Ci stiamo divertendo molto, sì. Come staff tecnico possiamo essere contenti del nostro lavoro, ma la cosa più bella è vedere i giocatori impegnarsi ogni giorno sul ghiaccio».
In Minnesota sono tutti pazzi per l’hockey, ho trovato il mio angolo di Canada negli Stati Uniti
In Minnesota l’hockey è una religione. Hai trovato il tuo pezzetto di Canada negli Stati Uniti?
«Proprio così. Non per nulla il Minnesota è chiamato ‘‘The State of Hockey’’. La gente ama i Wild, la pista è sempre piena, ma la passione va oltre la NHL. L’hockey liceale, ad esempio, è molto popolare, al maschile e al femminile. Io ho una figlia di 14 anni e due figli di 10 e 6 anni. Per loro è il paradiso, ci sono piste ovunque».
La scorsa stagione è stata condizionata dalla pandemia. Quanto è stato difficile lavorare? C’è preoccupazione per la nuova ondata di contagi?
«Il campionato 2020-21 è stato complicato per tutti. Non era evidente motivare la squadra giocando in piste vuote. A volte, quando i ragazzi non riuscivano a dare il massimo, io li capivo. L’hockey vive di emozioni e i tifosi sono una componente basilare. Ancora oggi devo stare in panchina con la mascherina e la comunicazione ne risente parecchio. L’evoluzione della pandemia ci costringe a stare all’erta e la salute rimane la priorità di tutti».
Sei assistente allenatore da cinque anni. Quali sono i tuoi obiettivi? Pensi mai all’Europa per un futuro incarico da head coach?
«Il mio obiettivo, oggi come oggi, è molto semplice: far parte dei Minnesota Wild il più a lungo possibile e vincere con loro la Stanley Cup. Amo troppo questo lavoro e questa franchigia per poter desiderare a qualcosa di diverso. So che il destino degli allenatori, prima o poi, è quello di cambiare aria. Quando verrà il momento anche per me, ci penserò. Io e la mia famiglia abbiamo adorato gli anni in Europa, a Malmö, Berna, Lugano e Linz. Se un domani – molto lontano – dovesse presentarsi l’opportunità di tornare, perché no?».
Hai giocato stabilmente in NHL dal 2003 al 2009. Com’è cambiata la lega rispetto ad allora?
«L’anno scorso, quando sono andato in panchina per la prima volta, non riuscivo a credere a quanto fossero veloci i giocatori di NHL. L’hockey è sempre più rapido, c’è sempre meno tempo per elaborare le informazioni e prendere le decisioni giuste sul ghiaccio. Il discorso vale per tutti i campionati, compreso quello svizzero, ma qui ci sono i più forti. Ciò che più mi ha colpito, rispetto alla NHL che ricordavo, è quanto siano coinvolti i difensori nel gioco offensivo».
Tra i migliori difensori del mondo c’è il nostro Roman Josi, con il quale hai vinto un titolo a Berna nel 2009-10. Lui aveva appena 19 anni. Per te era già chiaro dove sarebbe arrivato?
«Sì, non avevo dubbi. Era già devastante e decisivo. In quei playoff era stato uno dei nostri top scorer ed era evidente che avrebbe trovato spazio in NHL. Forse non immaginavo di vederlo vincere il Norris Trophy destinato al miglior difensore, come è invece successo nel 2020, ma sapevo che avrebbe sfondato. È un grande capitano, un leader per i Nashville Predators. Quel titolo a Berna è stato uno dei momenti più belli della mia carriera e Roman ha avuto un ruolo importantissimo. Un mesetto fa ci siamo incrociati per la prima volta da avversari ed è stato bello rievocare il passato. Poi lui ci ha segnato un gol...».
Nei tuoi Wild gioca un altro svizzero, Kevin Fiala. Con 3 gol e 12 assist è il vostro quinto miglior marcatore. Dove può arrivare?
«È un giocatore eccezionale, di grande talento. Un mix di potenza e creatività. Per lui non vedo limiti, può essere dominante in ogni partita. Ora non sta segnando con regolarità, ma presto tornerà a farlo».
Nel 2009, quando giocavi nei Florida Panthers, sei stato protagonista di una scazzottata con sua maestà Sidney Crosby. Ne avete parlato in questi due anni?
«Purtroppo non ci siamo mai incrociati. La stagione scorsa, a causa della pandemia, il calendario è stato rivoluzionato e non abbiamo mai affrontato i Penguins. Quest’anno li abbiamo sfidati una volta, ma lui era infortunato. Prima o poi, però, mi capiterà di ricordargli quella bagarre. Sono stati i miei 30 secondi di celebrità».
Nel gennaio del 2012 sei approdato a Lugano dopo aver cercato di rientrare in NHL. Cosa ricordi di quel trasferimento?
«Dopo due anni a Berna firmai con Chicago, ma venni subito girato al farm team. Non ho rimpianti, sono felice di essermi concesso un’ultima chance. Tornare in Svizzera, a quel punto, era l’opzione migliore. Non provavo rabbia o frustrazione, solo tanta eccitazione per quanto mi attendeva a Lugano. Ho adorato quei tre anni e mezzo in Ticino. Ho ancora tanti amici, sono rimasto in contatto con loro anche se non sono tipo da social media. Un paio di volte all’anno sento Domenichelli, che conoscevo già da prima. Ogni tanto mi chiede di qualche giocatore».
A volerti a Lugano era stato Huras, con cui avevi già vinto il titolo a Berna. Larry è un’ispirazione nel tuo nuovo lavoro di coach?
«Sì, certo, ho rubato qualcosa a lui e a tutti gli altri allenatori che ho avuto. Con Larry ho trascorso quattro anni molto intensi. È stato un tecnico di enorme successo, la sua mentalità vincente è sempre stata un esempio. Oggi uso ancora alcuni dei suoi esercizi».
Hai trascorso due anni nel Lugano di Patrick Fischer, assistendo alla nascita di un giovane coach.
«Un paio di anni fa gli ho telefonato, avevo voglia di parlare di hockey con lui e di congratularmi per i risultati ottenuti con la Svizzera. Già nel 2014 si intuiva quanto fosse bravo e ambizioso. Aveva passione, intelligenza, idee nuove. Era un leader naturale e ha voluto che fossi uno dei suoi trascinatori nello spogliatoio. Forse pagò un po’ di inesperienza, ma negli anni è cresciuto tanto. Sono molto felice per lui».
Oggi il Lugano è allenato da Chris McSorley. Nel 2010 hai sconfitto il suo Ginevra in gara-7 della finale playoff. Cosa ricordi di lui?
«Mamma mia, quella serie fu incredibilmente intensa. Il suo Ginevra era l’emblema dell’aggressività. Non solo a livello fisico, ma anche nel forecheck. Ti toglieva spazio e tempo, avevi sempre un avversario addosso. Le squadre di Chris facevano sembrare la pista più piccola e per batterle dovevi dare il 100%. Il suo Lugano darà del filo da torcere a tutti».
Re: Media: commenti e notizie
...che giocatore Brett, serbo un buonissimo ricordo di lui, averne !!
Re: Media: commenti e notizie
idem!!! che leader...barabitt ha scritto: 3 dic 2021, 13:08 ...che giocatore Brett, serbo un buonissimo ricordo di lui, averne !!