Dal CdT odierno
L'INTERVISTA ■ GLEN METROPOLIT
«Questo sport mi ha tolto dalla strada»
L'infanzia complicata, prima della gloria, del PostFinance Topscorer del Lugano
È una storia tutta da raccontare, quella di Glen Metropolit. Una storia che parla di un'infanzia difficile, vissuta in un quartiere povero di Toronto. Pochi soldi in tasca, ma la grande passione per l'hockey su ghiaccio ha permesso al PostFinance Topscorer del Lugano di non farsi condizionare da amicizie poco raccomandabili e di coronare il suo grande sogno: giocare nella NHL. Per diventare un campione ha dovuto fare parecchi sacrifici e non dimentica il suo passato: «Mi piace essere un esempio per i ragazzini, sul ghiaccio e fuori. Quando un bambino va a casa felice dopo avermi visto giocare, vuol dire che ho fatto il mio dovere».
FLAVIO VIGLEZIO
■ È una storia tutta da raccontare, quella di Glen Metropolit. Una storia che nasce lontano, lontanissimo, dalle luci della ribalta. Una storia che racconta di un'infanzia e di un'adolescenza difficili, vissuta in un quartiere povero di Toronto. Una situazione familiare complicata, voglia di studiare pari allo zero, pochissimi soldi in tasca e amicizie poco raccomandabili. E il rischio, quasi quotidiano, di smarrire la retta via. L'incontro con lo sport, e con l'hockey su ghiaccio in particolare, ha salvato il PostFinance Topscorer del Lugano. Per affermarsi ai più alti livelli ha dovuto attendere parecchio, il «Metro», ma la sua forza di volontà, alla fine, è stata ripagata. Oggi l'attaccante canadese, idolo della Curva Nord, può parlare con serenità del suo passato.
Quanto è stato importante l'hockey su ghiaccio per l'equilibrio di Glen Metropolit?
«È stato fondamentale. Mi ha insegnato i veri valori della vita: ho imparato a fare sacrifici per ottenere ciò che desideravo, a lavorare sodo, ad inserirmi in un gruppo che ha un obiettivo comune. Lo sport permette di creare legami forti, basati sul rispetto e la lealtà. Se non avessi iniziato a giocare a hockey, credo che sarei finito a spacciare droga: tutti i miei amici lo facevano, perché io avrei dovuto comportarmi diversamente? Sì, posso davvero ringraziare lo sport se sono divenatato la persona che sono oggi».
Come hai iniziato a giocare, in un quartiere che non offriva molto?
«Come tutti sanno l'hockey in Canada è una sorta di religione. Lo seguono tutti e anch'io da ragazzino mi sono subito innamorato di questo sport. Nonostante tutto, insieme agli amici giocavamo interminabili partite: sul ghiaccio, sull'asfalto, dappertutto. L'importante era avere un bastone: per il resto ci si arrangiava. Inoltre seguivo gli incontri in televisione: mi permetteva di sognare e di evadere dai miei problemi quotidiani. L'hockey era un po' la mia medicina dell'anima, da ragazzo».
Quando hai capito di avere le qualità per diventare un professionista?
«Fin da ragazzino il mio sogno aveva un nome: National Hockey League. Per essere selezionati in una Lega importante, però, bisognava avere parecchio denaro. E così ho giocato a lungo dove potevo, cercando di divertirmi e di mettermi in mostra. Sapevo di non essere inferiore ad altri elementi che già si stavano affermando a livello giovanile. La svolta c'è stata quando avevo 17 o 18 anni, non ricordo più esattamente: un mio amico aveva ottenuto un provino in un club importante. Sono andato con lui e mi hanno notato: posso dire che la mia carriera sia iniziata quel giorno».
Si parlava di spirito di sacrificio: spesso l'impressione è che a tanti ragazzi svizzeri manchi l'ambizione. Si accontentano troppo in fretta, insomma...
«Da un lato è vero, a volte mi dico che in Svizzera tutto è un po' troppo facile per i giovani. D'altra parte qui da voi la concorrenza è minore rispetto al Nordamerica, dove devi lottare quotidianamente per arrivare e, soprattutto, per rimanere al top. Ciò non toglie che anche nel campionato elvetico ci siano degli ottimi giovani, che lavorano seriamente: in fondo dipende tutto dalla mentalità dei singoli individui».
Oltre che un idolo, Glen Metropolit è pure un esempio per tanti ragazzini. Avverti il peso di questa responsabilità?
«Uno straniero deve - o meglio, dovrebbe - sempre dare l'esempio. Siamo pagati per fornire buone prestazioni sul ghiaccio, ma anche per veicolare nel limite del possibile un messaggio positivo, soprattutto ai giovani. Quando, per esempio, entro in pista con la maglia e il casco di PostFinance Topscorer accompagnato dal bambino di turno, mi fa piacere vederlo sorridere un po' intimidito prima di «darmi il cinque». Quando svolgo la mia professione di giocatore di hockey, mi dico che se ho aiutato anche solo un ragazzino ad essere un po' più felice dopo aver visto una partita, ho fatto il mio dovere».
A 38 anni è lecito iniziare a pensare a un dopo-carriera. Cosa farà da grande Glen Metropolit?
«È ancora troppo presto per dirlo. Certo, l'età avanza, ma l'hockey giocato è ancora tutta la mia vita. Il mio obiettivo è sempre lo stesso: essere il migliore sul ghiaccio. Per quanto riguarda il mio futuro, ho un paio di idee nella testa, ma al momento preferisco non parlarne. Lo farò quando avrò preso una decisione definitiva».
Un po' di attualità: nell'ultimo weekend - nonostante il successo al supplementare di Rapperswil - il Lugano non ha convinto. C'è da preoccuparsi?
«È inutile girarci attorno: nel derby con l'Ambrì Piotta e a Rapperswil abbiamo davvero giocato male, anche se dalla Diner's Club Arena siamo comunque tornati con due punti. Non dobbiamo però dimenticare che di colpo sono rientrati quattro giocatori fermi da tempo: Petteri Nummelin, Hnat Domenichelli, Daniel Steiner e Charles Linglet. Per loro non è facile ritrovare immediatamente le giuste sensazioni e i nuovi terzetti hanno bisogno di un po' di tempo per amalgamarsi. Il nostro obiettivo era quello di progredire partita dopo partita: è vero che abbiamo fatto un piccolo passo indietro e non è evidente riaccendere di colpo l'interruttore della luce nei playoff, ma il potenziale c'è e io rimango ottimista».
Come si sente Glen Metropolit?
«Fisicamente sto bene, forse sono un po' stanco mentalmente. È stata una stagione abbastanza logorante, con il «lockout» che ha complicato le cose: la «regular season» è lunga, adesso ho solo voglia che inizino i playoff, da vivere da protagonista con questa maglia».
Che dire... un GRANDE!
Chapeau
